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[Racconto] Una noia mortale

Eccoci qui a presentare un nuovo racconto breve, scritto stavolta da Pee Gee Daniel, che alcuni di voi conosceranno già attraverso l’ebook “Vittoria Finale“, restiamo di nuovo nell’ambiente del thriller, ma questa volta ci spostiamo decisamente verso il genere horror.

UNA NOIA MORTALE

Liberamente ispirato ad un fatto di cronaca di qualche anno fa.
Una sera di fine-estate, una ragazza esce da un cinemino in compagnia di un suo timido amico che la scorterà sino a casa sua, in un quartiere poco illuminato della periferia torinese, in cui si aggira la paurosa minaccia di un maniaco.
Che cosa mai potrà accadere?
Puoi contattare Pee Gee Daniel a questi indirizzi: peegee2[at]supereva.it
oppure peegee2[at]libero.it

Si sacaraventò, sbuffando di noia, fuori dalla porta a vetri di quel pidocchietto d’essai che passavano sotto il nome di After Midnight.

Si era assopita più di una volta a vedere quel vecchio film che aveva per protagonista una donnina fuori di zucca e dal furto facile, che schizza ai primi avvisi di sturm und drung o tinta sangue… e c’era di mezzo anche Sean Connery che se la sposa tentando di salvarla a tutti i costi dal baratro della psicopatia.

Una storia che non stava in piedi, poco da dirne: a partire dal rude Connery che, a sopraciglio perennemente arcuato, dopo essersi passato e ripassato quel popoloso ginecèo di appetitose bondgirls te-la-do-facile su cui si era tante volte avventato solamente omaggiando una schietta pulsione pubica, cerca di darci a bere di essere andato in bambola – manco fosse il più mammoletta dei Rossano Brazzi – a tal punto per quello slavato scricciolo cleptomane e frigido, enfant prodige nel genere omicidi con corpi contundenti, e con un perverso trasporto per il mondo equino (sotto sotto animal-erotomane?) di… Tippi Hedren, le sembrava, e del suo sconcio carrè imprecisabilmente tra il biondo stinto e il color mogano, inforcinato sulla sua sommità, da sobbarcarsela insieme a tutto quanto il bagaglio psicotico, reso tramite quelle burlette psicanaliticanti, evinte con pedissequa trascuratezza da un estratto Liebig di teorie di psicologia dinamica di princisbecco (quei problemucci col rosso intenso, tipo Poliziotto Superpiù, per esempio… dio, che strazio!…).

Strizzando gli occhi e prendendo a respirare dalla bocca mezza chiusa, si era data a rintracciare oziosamente le parti condonabili del film: come le atletiche scene di equitazione; la messinscena degli incubi di Tippi, senz’altro meno indigesta delle ricostruzioni oniriche di quell’altro film della retrospettiva hitchcockiana che s’era tutta chiccata, tanto da ammazzare quelle noiose seratine fine-estive… Spellbound precisamente, con quelle scene rimpinzate sino alla nausea delle idiote scenografie falso-freudiane, frutto di quel tronfio trombone fascista di Dalì; la suspence a nervi scoperti della scarpa periclitante dalla tasca, nella scena in cui Tippi si attarda negli uffici per sgraffignare la valuta serbata in cassaforte, va bene… ma, tutto sommato, era stata una gran barba, e lo confessò a Franco dentro una risata.

Fuori, settembre già avanzava, spifferando una brezzolina azzurra e tiepidella, anzi già fresca, di quelle che si infilano di tra gli stipiti; tra gli spazi e le connessure.

L’afa se l’era risucchiata tutta il fiume che correva la città proprio in quei pressi.

Quel fiume che le ritornava alla mente i suoi posti, da cui esso rampolla, rotolando limpido dal cucuzzolo giù giù fino a valle, percorso da pesci d’argento; mentre lì in città era imperversato di sorci di fogna e acque reflue.

«E a te? È piaciuto, Frank?»

«M-ma n-no.» Rispose lui tossicchiante.

«Nel senso… c’erano parti… eh-uhm carine… altre, effettivamente, no.»

Ah se se la godeva lei ad ascoltare il tono diplomatico di Franco, in cui potevi leggere la pura sincerità del pensiero gommata dalla goffa speranza di un compromesso, come per non urtarla. E si divertiva a rintuzzare con vago sadismo la panica timidezza di quello che in altri tempi si sarebbe definito generosamente l’accompagnatore. Quella figura garbatissima che ti scorta pure pure lungo le basole che lastricano il sentiero per l’inferno: e senza null’altro pretendere se non di sussultare segretamente a ogni incontro con la morbida freschezza del dorso della tua mano, occasionato da sfioratine comunque e sempre accidentali.

La cordigliera degli edifici, a quell’ora resi così minacciosi da un buio rischiarato quasi per niente, sfilavano loro affianco fiaccamente in quella promenade passatempo, spesa a scambiarsi qualche frettoloso parere in merito alle prime cose che venissero in mente, specialmente a lei, che spesso si autoascoltava ciarlare a macchinetta con l’unica esigenza di rompere il cronico silenzio dell’altro.

Ma dopotutto, se lo teneva utilitaristicamente buono proprio in vista di serate spompatissime tipo quella, o no?

Per le volte in cui la compagnia dei soliti vacava, magari perché lei s’era vista costretta a tornare prima del tempo in città a causa di certe mene guastafeste di ordine burocratico-amministrativo in università come quella volta, e si doveva perciò arrabattare tra un hamburger jumbo con sottaceti spartito in due e un cine a buon prezzo, tanto per rinviare l’ora di rincasare: che era divenuta quantomai angosciosa, di quei tempi, già al solo prefigurarsela.

Un brutto brivido le scosse la schiena, risalendo in contropelo su per la nuca, fino a scaricarsi con un violento fremito dei capelli, e sapeva che non era per via dell’arietta, ancora talmente innocua…

Era stato l’improvviso ricordo delle pagine di quei giorni a attraversarla come una corrente elettrica. Il ricordo di quel nome terrorizzante…

Uno di quegli spauracchi che si rivolgono immediatamente a quelle riposte parti della mente di una persona che risultano essere più credulone e fanciulle, le quali sembrano disporsi per natura a soggiacervi tremanti; anzi, a rifrequentarne oziosamente, poi, la turbante impressione avutane in un primo tempo più e più volte lungo il giorno, quasi vi anelassero: tanto per avvivare un po’ il tedioso volgere di una vita senza slanci, forse.

Questo, nello specifico, passava sotto il nome, quasi da fantascienza, di Mostro Corazzato – di cui era battista l’abituale tam-tam bocca a orecchio che, ben prima di raggiungere l’ufficialità di organi di stampa vari e rotocalchi e tele-indotti allarmi collettivi, nasce e si allunga come ombra della sera di tra le chiacchiere al mercatino, rese rapide dal peso delle sporte; tra i pareri che la massaia all’affaccio di finestra spende con la dirimpettaia aggiornatissima, amplificati dal rimbombo della corte; in lunghe telefonate tra amiche, ingaggiate con l’unico scopo di fomentare le reciproche strizze.

«Il Mostro Corazzato…» si scoprì a balbettare a mezza voce.

«Hai paura?»

«Come?»

«D-del… d-del m-mostro… Ne hai paura?» le chiese Franco, asciugandosi intanto una goccina di moccio con la cocca di un fazzoletto fiorato.

«S-sì!» ammise lei. «È… è spaventoso, Frank. Non ci dormo la notte. Voglio dire, è incredibile pensare che proprio qui, da-da ‘ste parti, così… tranquille, si aggiri una bestia del genere… Hai sentito o no? È scivolato negli appartamenti di quelle ragazze senza che loro si fossero accorte di nulla, e nello spazio di un soffio si sono ritrovate a dare morte e vita con gli occhi appiccicati al soffitto e questa specie di demonio che le sventrava senza pietà…»

«M-ma è proprio perché gli è entrato in casa senza effrazioni, senza… senza bisogno di rompere un vetro che ti fa capire che già le conosceva. È… è andato a colpo sicuro. Ascolta me: tu… tu non corri alcun rischio. Fidati…»

Ma proprio mentre stava per osare una timidissima carezza come nella funzione di punto fermo di quelle convincenti rassicurazioni, venne interrotto dal trillo del cellulare.

«Sì, sì tra poco torno, mà. No, non c’è nebbia stasera: non è neanche autunno… Nooo, non stavo alzando la voce, mà…»

«Ma che suoneria hai messo, Frank?» gli chiese lei, tanto da smorzare un po’ l’imbarazzo che gli aveva arrossato il volto affilato, a conclusione della telefonata.

Lo chiamava Frank, come per regalargli quella sfumatura esotica che, invero, non si sarebbe rintracciata in tutta la sua persona, o carattere, neppure tramite i più generosi sforzi.

«È un brano pop, di cinque-sei anni fa, di un certo Thicke, che coverizza un ballabile da Tony Manero, a sua volta campionato dalla Quinta di Beethoven, le cui prime quattro note vengono anche dette Il destino che bussa alla porta!» spiegava Franco con competenza, mentre lei non riusciva a distrarsi da quella specie di sporcizia che aveva invece della barba, radamente spolverata qua, là sotto gli zigomi e un po’ di più sul mento. Dai due spessi culi di bottiglia che gli pesavano sulle pinne del naso. Ma era ben lieta che non si fossero attardati oltre su quei brutti discorsi che tanto la impaurivano.

Già senza bisogno di rimbeccate si rimandava a mente senza posa le cose orribili che aveva sentito dire circa quel mostro, soprannominato co-raz-za-to a causa della perversa peculiarità, ripetutamente testimoniata dal nutrito novero delle vittime, dei suoi genitali: guarniti, attraverso un’incisione sottopelle, di una decina di biglie di metallo disposte su due file, ognuna grande come un’arachide, che le avevano letteralmente devastate, come del resto si riscontrava negli stralci di perizie mediche morbosamente citati negli articoli di nera.

Se lo rassomigliava, dentro quei sogni torvi che sempre più ne frequentavano i fugaci riposi, come un’entità che pian piano si infilava, con la magica destrezza di un filo d’aria, fra gli stipiti, gli spazi tra gli infissi, le connessure più invisibili, in breve materiando l’oscurità di una stanza d’una figura che andava precisandosi nella grossa belva ignivoma coricata su quel suo corpo piccino che la bestia aveva poco prima fiutato, e a lungo, con le marce froge dilatate; che aveva scrutato con certi occhietti minuscoli che rilucevano nel buio, per poi dar libero ludibrio a un membro mostruoso e colossale che a ogni colpo infertole scampanellava in una maniera ironicamente paragonabile a uno sgradevolissimo jingle da réclame natalizia, mentre sopra, l’immondo bestione, salutava il sopravvenuto orgasmo filamentoso incendiando l’aria con il suo fiato di fuoco.

Scrollò la testa energicamente, come se quei pensieracci fossero un nugolo di pidocchi che potesse scacciare da sé una volta per tutte. Poi, quasi per istinto, si aggrappò al braccio di Franco, stupendosi dei muscoli insospettabili che vi rintracciava; compiacendosi del sobbalzo vinto a fatica che ne avvertì nell’attimo in cui aveva cercato una più schietta intimità che la consolasse dall’ombra di quel babàu.

Vagarono ancora un po’ senza una meta, fermandosi dal gelataio all’angolo per gustarsi un ultimo cono messo a metà del prezzo di listino prima della chiusura stagionale, e ridendo dell’intenso mal di testa che quel pasto ghiacciato aveva cagionato loro per la troppa foga di avventarcisi.

Poi guardò l’ora e: «Domani mi sveglio prestissimo, Frank. Devo fare tutti i documenti e poi andare in segreteria-studenti prima che mi chiuda…»

In ultimo, prendendo commiato con un «Ci ho un sonno che mi si porta. Ciao Frank!»

Eppure ancora titubava, mentre montava gli scalini in finto marmo che portavano all’androne del condominio in cui alloggiava. Voltandosi ogni tanto a salutare Franco, che la guardava con quel sorriso ebete, sotto i baffi radi; spalpebrando quegli occhi tonti e resi enormi dallo spessore delle lenti.

«Ciao», rispondeva lui, con un pudico cenno della mano.

«A domani! Se hai bisogno di qualcosa… chiamami… qualsiasi ora…» le aggiunse speranzoso dalla porta a vetri smerigliati che ancora manteneva socchiusa con la punta di una Clark.

Appena fu in casa lei impiccò lo spolverino sull’attaccapanni a muro dell’entrata per poi precipitarsi al bagno, facendo scendere slip in sangallo e jeans assieme nel momento in cui si accovacciava sulla tazza del water, obbedendo all’impellenza di liberarsi della parte di gelato già squagliata.

Poi si svestì lentamente, accatastando ogni singolo capo che si sfilasse dentro il cestello che stava sotto il lavabo, per la prossima macchinata.

Quando le compagne di casa non c’erano, be’, adorava passeggiare nuda. Sentire, sotto la pianta dei piedi, quella lastra fredda che era il pavimento, mentre nel semibuio puntava al frigo per far suo a sfroso il burrosissimo yogurt intero acquistato da Rita, che cominciò a imboccarsi a cucchiaiate stracolme, intanto rimirandosi quei suoi bei seni, piccoli e perfettamente tondi, colpiti obliquamente dalla luce della lampadina avvitata vicino al vano-surgelati.

In bagno indugiava a provarsi, per poi subito cassare, davanti allo specchio, tutta una gamma di acconciature per quei soffici capelli castani, beandosi di quel suo bel nasino, delle proporzionatissime valve di conchiglia che aveva per orecchie, della bocca carnosa ben distesa tra le guance, finché non si appartò dietro il vetro opacizzato del box-doccia.

Era ogni volta fonte di infinite soddisfazioni massaggiare la tonicità del proprio corpo: il ventre piatto, le gambe ben tornite, quel culetto attirafischi. Accarezzarsi sotto quel bacio liquido e quasi ustionante.

Finito, si tuffò nell’abbondante accappatoio di spugna rosa che la attendeva a braccia aperte, usandone il cappuccio per frizionare con cura i lunghi capelli, dalla radice fino alle punte, e, calzato un paio di babbucce di peluche, andava verso cameretta sua, solo guidata dalla luce blu del salvavita.

Accese a tentoni la lampada direzionabile, ingobbita sopra il pesante tomo di Anatomia II, divaricato sulle pagine di medicina interna, e si mise a sprimacciare il cuscino, posato di traverso sul suo letto, lì affianco.

Quando…

Dapprima un lieve fruscio. Niente di più.

Lei voltò la testa per uno svogliato automatismo e tornò subito a preparare il cuscino vicino alla testata.

Un tonfo, poi. Dal nulla. Che le fece fare un salto.

«Chi è? Chi èèè?» Incominciò a gridare con voce tremula, rivolta a quel vuoto buissimo.

Per risposta il più assoluto silenzio.

È stata solo la mia fantasia, provò a consolarsi, mentre andava impostando l’orario della sveglia sul cellulare. Ma, d’un tratto… ta-tànc!

Il rumoraccio di un piatto schiantato al suolo.

«Chi è?» ricominciò a urlare in mezzo a un pianto crescente, «Chi c’è di là?» finchè il manico di scopa battuto con risentimento sotto i suoi piedi dalla vedova Firpo, del piano sotto, non le consigliò una maggiore calma.

Puntò la lampada per scalfire il nero di pece che s’ingoiava tutto al di là degli infissi della porta di camera sua e le parve di cogliere il lesto passaggio di un’ombra che le arrestò il battito cardiaco.

«Oddìo, chi è?»

Credette di sentire una risatina provenire dall’ingresso.

Un ghigno sfottente e malefico.

Corse alla porta.

La serrò alle spalle per appoggiarsi allo stipite a riacquistare il respiro.

A decidere su che fare.

C’era l’armadio a muro mezzo aperto di fronte a lei, e, senza dar altro tempo al pensiero, ci si infilò con tutta l’intenzione di barricarcisi. Seppure a tenerne fissato il portello ci fosse solo un malcerto cavicchio.

Attraverso la squadra delle imposte sbirciava una camera tuttora vuota.

Unico suono, quello concitato delle sue ansime.

Ma, a un certo punto, le sembrò di distinguere prima un lievissimo sibilo… come un frullo… poi un secondo respiro, più profondo e cavernoso del suo. Quasi ferino. Da predatore in piena caccia.

Il suo le si strozzò nel fondo della gola.

Lo sguardo, ora affatto annaffiato, le aveva reso ancor più difficile osservare tra i vuoti del legno, ma riconobbe uno scatto, un movimento rapidissimo che poi subito scomparve dalla sua visuale.

Poi dei passi strascicati.

Passi pesanti.

«Rita, sei tuu?» provò a domandare, pur sapendo che Rita doveva ancora rientrare dal viaggio alle Eolie col morosino. Che semmai qualcuno avesse risposto non avrebbe avuto la vocina flebile di Rita…

Si raggomitolò sul pavimento ricoperto dell’armadio, soffocando i singhiozzi dentro una mano, in una serie di convulsioni che non riusciva più a dominare. E così stette, a lungo, attendendo che l’inevitabile accadesse. Come un capo di bestiame conscio del prossimo macello, che ancora si rintani nel fondo della gabbia in un ultimissimo, inservibile ossequio al proprio istinto di autoconservazione…

Rimase là dentro a lungo, a gemere e scrollarsi, a mala pena accorgendosi, in quel marasma, della piccola pozza che si era andata creando nel punto in cui sedeva. Ma poi…

Dopo un po’ si stupì nel constatare la recuperata rilassatezza del suo corpo; esauriti anche il pianto, la folle tremarella… Ci pensò un attimo e capì che, in realtà, non stava succedendo proprio nulla…

Accostò l’orecchio: niente.

Si levò per buttare un occhio attraverso le listarelle della porta: una pace totale. E a scuoterle il petto stavolta erano delle risate fracassone che non poteva tacere.

Pensa che scema, si disse, mi sono immaginata tutto.

Quel cazzo di discorso tenuto con Frank, quel maledetto film e guarda la fantasia cosa ti va inventare…

E si mise a ridacchiarsela di pancia pensando al gatto di Rita che aveva fatto cadere un piatto e lei, fifona, a rifugiarsi in un armadio.

Pensa se Rita vedesse che ci ho pure pisciato dentro, rideva, nel frattempo godendo di quella magnifica sensazione di scioglimento che segue la tensione, proprio nel momento in cui la luce, di colpo, saltò.

«Cristo!» sobbalzò. Ma stavolta non voleva essere precipitosa. La bolletta? L’abbiamo pagata? Si chiese, subito prima che un colpo sordo si abbattesse sul portello dell’armadio.

Eruppe in un grido acutissimo, mentre arretrava fino al muro.

Pèm! Un secondo colpo. Più violento. Seguito da una risata luciferina.

Lei che urlava, con la testa fra le mani: «Aiuto! aiutooo!»

I colpi si facevano sempre più serrati.

Lei, incantucciata nell’angolo in fondo all’armadio, continuava a spingere la schiena contro la parete, come nella speranza di abbatterla.

Finché non si ritrovò tra le mani, dal fondo della tasca dell’accappatoio in spugna, il cellulare.

Stentò ad afferrarlo saldamente, ma una volta vinta l’agitazione delle dita riuscì a pigiare un tasto a caso per illuminarne il display e poi si affrettò a scorrere la rubrica fino a raggiungere il primo nome che le parve utile.

Frank!

Che chiamò, all’istante, cercando di trattenere per quanto possibile il tremolio del polso.

Presto! Rispondi!

«Presto! Rispondi!» implorava tra le lacrime.

La porta scorrevole ormai stava cedendo sotto la brutalità di quei pugni, ma ciò che davvero la atterrì fu sentire echeggiare, improvvisamente, nel cupo silenzio della stanza da letto, il brano pop, di cinque o sei anni prima, di un certo Thicke, che coverizza un ballabile da Tony Manero, a sua volta campionato dalla Quinta di Beethoven, le cui prime quattro note vengono anche dette Il destino che bussa alla porta, accompagnato a un bizzarro tintinnio.

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