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[Racconto] Ritrovare un amico

Racconto inviatoci da Gianni Capotorto:

RITROVARE UN AMICO


Ci sono amici che ti accompagnano per tutta la vita, altri che ti stanno accanto solo per un breve periodo, o che rivedi saltuariamente. Qualcuno a volte ricompare di colpo nella tua vita e la cambia totalmente…


Elisa aveva indossato in fretta il suo pigiama celeste e bianco e si era infilata velocemente nel morbido letto, rannicchiandosi sotto al caldo piumone. Era tardi ed era stanca, dopo una noiosa serata in pizzeria con le sue nuove colleghe di lavoro.
Le conosceva solo da pochi giorni, da quando aveva cominciato a lavorare in quel supermercato e ancora non sapeva se considerarle veramente amiche.
La trattavano bene, apparentemente, ma a volte aveva l’impressione che fosse tutta una farsa, in cuor suo si rendeva conto che forse la stavano solo prendendo in giro, approfittando della sua ingenuità.
Era la prima volta che si allontanava da casa, e quei tre giorni le sembravano già un’eternità, lontano dalla sua famiglia, dal suo mondo.
Aveva trovato una stanza in affitto in un vecchio stabile a due piani, piuttosto malridotto. Le pareti esterne erano piene di muffa e ogni tanto qualche calcinaccio si staccava dal muro.
La padrona di casa le aveva assicurato che era solo una situazione temporanea; a giorni avrebbero montato l’impalcatura per avviare i necessari lavori di restauro. E comunque le aveva fatto intendere che a quel prezzo non poteva pretendere qualcosa di meglio.
La sua stanza era al secondo piano, un piccolo monolocale con bagno, con un ampio balcone affacciato sulla campagna e una finestrella, proprio accanto al letto.
All’interno del palazzo tutte le pareti erano candide, pitturate di recente; un ambiente pulito, senza quadri o suppellettili alle pareti.
La prima volta che era salita, Elisa era rimasta impressionata da quell’ambiente quasi asettico, che le ricordava un po’ l’ospedale.
Aveva sistemato le sue cose nell’armadio, con meticolosità. Non era una maniaca dell’ordine, anzi spesso a casa la sua camera era un vero caos, ma si era imposta di utilizzare questa prima esperienza fuori per darsi delle regole, almeno per i primi giorni…
Si conosceva troppo bene e sapeva che quell’ordine perfetto non sarebbe durato a lungo; doveva resistere almeno fino a che c’era ancora il pericolo che la signora Gemma salisse a dare un’occhiata alla sua sistemazione.
Era una donna gentile, nonostante l’aspetto scorbutico e quella fastidiosa voce stridula.
Si era premurata che tutto fosse a posto prima di ritirarsi in casa sua, una palazzina attigua ben curata, a differenza della costruzione gemella.
Il palazzotto era stato forse un albergo o una caserma ed era composto da tre ampie stanze per piano, tutte dotate di bagno.
Le altre stanze al momento erano ancora vuote e la signora Gemma le aveva raccomandato di chiudere bene il portone di casa, e magari anche la porta della sua stanza, a doppia mandata.
Una ragazza giovane, bella, tutta sola in quello stabile… – aveva farfugliato la donna, facendole intravedere chissà quali pericoli.
Elisa aveva annuito, più che altro per non sentire altre parole.
Quella casa già la spaventava abbastanza.
Era una costruzione piccola, di poche stanze. Eppure a volte le sembrava enorme. Salendo le scale era rimasta sorpresa dal silenzio innaturale che regnava tra le pareti e dalla sensazione angosciante che le dava l’essere sola.
Per fortuna aveva con sé il cellulare, col numero della signora memorizzato, una radiolina e qualche libro per farle compagnia.
La radio in verità era vietata, ma la signora aveva chiuso un occhio, considerando che non c’erano altri coinquilini o vicini che potessero lamentarsi.
Si era mostrata benevola, forse per timore di perdere quell’unica inquilina.
Ogni volta che si infilava nel letto e spegneva la luce, Elisa immaginava di essere ancora a casa, nella sua cameretta dal soffitto variopinto. Macchie di ogni forma e colore punteggiavano il candore della superficie, che lei stessa aveva dipinto in maniera originale.
L’effetto finale al primo impatto sembrava strano, quasi un’accozzaglia di colori senza senso, ma dopo risultava gradevole.
L’aveva voluto lei così, per sottolineare il suo carattere stravagante, un po’ matto.
Passava ore a fissare il soffitto, immersa nei propri pensieri, immaginando che quelle macchie di colore formassero delle figure definite.
La prima notte era rimasta sveglia a lungo, rigirandosi nel letto senza sosta in cerca della posizione migliore per dormire. Il materasso era un po’ duro, doveva ancora farci l’abitudine.
E poi l’idea di essere sola, in un paese diverso e per molti versi ancora sconosciuto… il nuovo lavoro, le amicizie tutte da costruire… una situazione che le metteva addosso tanta tensione.
Per fortuna che c’era anche Tigre, il suo portafortuna, un morbido peluche che l’aveva accompagnata per tutta l’infanzia e che di nascosto aveva voluto portare con sé anche in questa nuova avventura.
Aveva dormito per anni abbracciata al suo morbido amico, spaventando tutti quando nel sonno per sbaglio ne premeva la pancia. All’interno c’era una sorta di mantice, che produceva un rumore forte, una specie di ruggito, forse la vera ragione per cui fin da piccola aveva cominciato a chiamarlo Tigre, nonostante somigliasse più ad un grosso gatto.
Crescendo, Elisa aveva dovuto accettare a malincuore che il peluche fosse relegato in soffitta. L’aveva nascosto bene lei stessa, nel timore che in sua assenza venisse buttato via.
Prima di partire si era accertata che fosse ancora nel suo nascondiglio segreto, lo aveva tirato fuori piano dalla busta di plastica che lo proteggeva dalla polvere, e se lo era stretto al seno, come faceva da bambina.
Poi, di colpo, le era venuta l’intuizione di portarlo con sé, nascondendolo tra i vestiti.
Per fortuna nessuno aveva fatto caso al giaccone verde che aveva dovuto rimettere nell’armadio per fare spazio al suo vecchio amico, che ora aveva appeso con una cordicella proprio sopra al suo letto, per vegliare su di lei come un angelo custode.
Prima di spegnere la luce lo aveva accarezzato con affetto. Quel pupazzo le ricordava la sua infanzia, ma era anche il ricordo di un caro amico, che viveva da tempo lontano.
Ogni sera, prima di andare a dormire, la ragazza si guardava attorno con circospezione.
Forse per le parole della signora Gemma, forse per la paura di essere sola fuori casa, a volte aveva la sensazione di non essere sola. Guardava in ogni angolo, come una bambina paurosa, prima di rassicurarsi che non ci fosse nessuno e provare finalmente a dormire.

* * *

Paolo era stato svegliato all’alba anche quel giorno. Una telefonata concitata aveva avvisato la centrale operativa che c’era stato un crollo in periferia. Un vecchio palazzo in ristrutturazione era venuto giù all’improvviso, come un castello di carte.
La proprietaria abitava a pochi metri e aveva subito dato l’allarme preoccupata: da pochi giorni aveva affittato una stanzetta a una ragazza e forse lei era in casa al momento del crollo.
I vigili del fuoco erano partiti subito, un intervento di routine, come purtroppo ne avevano già visti tanti. La ricerca affannosa di persone intrappolate tra le macerie, il tentativo disperato di comunicare con i superstiti, di percepire un minimo segno di vita, un rumore che potesse guidarli nella giusta direzione. Poi le difficili operazioni di scavo, con la fretta di tirarli fuori al più presto e la paura di provocare involontariamente altri crolli o danni alle persone.
Prudenza e velocità. – gli ripeteva sempre il suo primo caposquadra – Essere rapidi nell’intervento, ma senza sottovalutare ogni possibile rischio per sé e per gli altri.
Un grande applauso spesso salutava i tentativi riusciti, ma non c’era mai troppo tempo per gioire, non prima di aver verificato di aver rintracciato e messo in salvo tutti i superstiti.
A volte, purtroppo un mesto silenzio ed una sensazione di rabbia soffocata accompagnava la scoperta dei corpi senza vita. Col rimpianto di non aver potuto fare di più, di non essere intervenuti prima o di non aver fatto tutto il possibile.
Paolo per anni era vissuto insieme a quei dolori, aveva imparato a non farsi coinvolgere troppo emotivamente. Essere lucidi e razionali soprattutto nei momenti di forte tensione poteva essere la differenza tra la vita e la morte, sia per le persone soccorse, sia per lui e la sua squadra.
Aveva imparato ad impegnarsi sempre al massimo e a chiudere in un angolo del suo cuore tutti i rimpianti.
Dopo ogni intervento fallito occorreva dare forza ai familiari, consolare le reclute che fissavano sgomente quei corpi chiedendosi se avrebbero potuto fare di più. Col tempo si imparava a convivere con quei dolori, con quel minimo di distacco che ti permetteva di continuare ancora a fare quel lavoro, a scavare sotto le macerie ogni giorno senza restare soffocati dai rimorsi.
Fare il proprio dovere al meglio, questa l’unica sua regola.

Paolo aveva sognato fin da piccolo di fare quel mestiere. Era un ragazzino timido, da sempre innamorato di una cugina di qualche anno più piccola, con cui a volte giocava per strada.
Si conoscevano da sempre, ma si erano sempre scambiati poche parole.
Lei era bella, un angelo per lui, ma le sembrava irraggiungibile. Non era mai riuscito a dirle quanto le voleva bene, anzi spesso la prendeva in giro o concentrava i suoi scherzi contro di lei.
Apparentemente per un rancore viscerale, in realtà solo per attirare la sua attenzione.
Solo una volta aveva compiuto un gesto d’affetto verso di lei.
Durante la festa patronale, Paolo e i suoi amici si erano sfidati al tiro a segno. Aveva vinto un pupazzo di peluche, pavoneggiandosi per la sua abilità solo per fare colpo sulle ragazzine presenti..
Senza pensarci troppo e senza dire una parola, lo aveva regalato a lei, sorridendo. Poi si era subito allontanato di qualche metro, evidentemente imbarazzato dalla sua reazione e timoroso che gli amici notassero il suo gesto galante.
Lei gli aveva urlato dietro un “grazie” mentre si allontanava e aveva subito stretto a sé il pupazzo, come a volerlo abbracciare. E il peluche aveva fatto sentire per la prima volta quel suo strano ruggito, per cui da subito per lei era diventato affettuosamente “Tigre”.
Tante volte si era chiesto se lei avesse apprezzato il suo inaspettato regalo ed era stato felice, durante una visite a casa sua, rivedendo “Tigre” proprio accanto al suo letto, in un posto d’onore che denotava l’affetto della ragazzina per il suo gioco preferito.
Peccato che i suoi abbracci fossero riservati solo a lui e non a chi glielo aveva donato.
Paolo aveva sognato tante volte di parlarle, di abbracciarla, ma col tempo le loro frequentazioni si erano ridotte, le loro famiglie si erano stabilite in zone distanti e ormai si incontravano giusto alle feste comandate, ai matrimoni e ai funerali.
Aveva sofferto molto, vedendola sempre meno. E nelle sue fantasie si era spesso visto come un cavaliere errante, un eroe romantico che salvava la sua bella da un crudele destino.
Aveva immaginato ogni sorta di pericolo o calamità naturale che servisse da pretesto perché lui potesse correre coraggiosamente da lei per salvarla. Una stupida scusa per poterla incontrare.
A furia di sognare gesta eroiche, aveva deciso di intraprendere quel pericoloso mestiere, trasferendosi in un paesino poco distante.
Erano passati parecchi anni dall’ultima volta che l’aveva vista e poteva solo immaginare come fosse cresciuta, ormai diventata donna. Sicuramente aveva messo via tutti i suoi vecchi giochi e anche il vecchio Tigre sicuramente riposava ormai da anni in soffitta o in discarica.

* * *

Elisa continuava a rigirarsi nel letto, senza riuscire a prendere sonno.
Da qualche giorno ogni tanto avvertiva dei rumori strani, come scricchiolii sommessi, provenienti dalle pareti dello stabile. Lo aveva anche detto alla signora Gemma, ma lei aveva minimizzato, confermando che tra pochi giorni l’impresa avrebbe cominciato a montare l’impalcatura per i lavori di restauro dello stabile.
Poi, all’improvviso, aveva sentito sulla testa una polvere sottile, come intonaco sgretolato.
Neanche il tempo di accendere la luce per capire cosa stesse accadendo, che qualcosa di morbido era atterrato sul suo viso.
E poi… un grande fragore e le pareti che si contorcevano e si afflosciavano su di lei, intrappolando il suo corpo sotto le macerie.
Dopo il crollo era rimasta svenuta per qualche minuto.
Poi, lentamente, era tornata alla realtà, sperando che fosse solo un sogno, un orribile incubo.
Le sue braccia, le sue gambe, tutto il suo corpo era bloccato dai resti di quella che da pochi era giorni la sua nuova casa.
Lentamente Elisa acquisiva la consapevolezza della sua situazione, cercava di capire se il suo corpo rispondeva ancora.
Non riusciva a muoversi, giusto un poco una gamba e parte del braccio sinistro.
Provava dolore, ma ne era quasi felice.
– Se provi dolore, vuol dire che sei ancora viva – si diceva – e se il dolore non è troppo forte forse non ci sono fratture gravi. – pensava tra sé, provando lentamente a muovere un braccio, una gamba, la testa, cercando di capire la propria condizione.
Le travi del tetto avevano creato una bolla d’aria e qualcosa si era frapposto fra la sua testa e i calcinacci, proteggendola da traumi cranici.
Provò lentamente a muovere un braccio, cercando di toccarsi la testa per capire se sanguinava.
Al terzo tentativo fallito, decise di desistere.
Respirava piano, cercando di non pensare, e al tempo stesso di tenere sempre la mente impegnata su qualcos’altro.
Aveva letto che per superare le crisi di panico occorre concentrarsi su altri pensieri, per cui cercava di canticchiare una canzone, ricordare una vecchia poesia, contare oppure semplicemente parlare a ruota libera.
Qualsiasi cosa, pur di non pensare alla realtà: era in trappola sotto le macerie, in un buco buio e senz’aria, incapace di muoversi e perfino di chiedere aiuto.
Spesso parlava solo nella sua mente, per non restare con la bocca asciutta, senza saliva.
Provò a gridare. Una, due volte, poi aspettò un segno dall’esterno.
Non doveva sprecare le proprie energie, non doveva sprecare l’aria.
Aveva paura, tanta paura, ma cercava di mantenere la mente lucida, di analizzare la situazione.
Quando il palazzo era crollato, lei si trovava al secondo piano e forse sopra di lei non c’erano troppi detriti. Forse qualcuno sarebbe andato a scavare; doveva avere pazienza, aspettare, lottare.
Il braccio destro era intrappolato sotto al piumone; non poteva tirarlo fuori, ma provò lentamente a portarlo in basso, verso le gambe.Le toccò con apprensione.
– Ci sono ancora. – pensò, accarezzandole piano.
Dopo cercò di fare un veloce inventario delle parti del proprio corpo, verificandone lo stato.
– Testa ok; braccio sinistro ok; braccio destro intrappolato, ecc.
Il tempo passava lentamente e la disperazione cresceva sempre più.
Ogni tanto provava a lanciare un urlo, sperando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Cercò di muovere la testa, bloccata da un oggetto morbido e trasalì, udendo un ruggito soffocato.
– Tigre – pensò tra sé, riconoscendo il vecchio amico che, cadendole addosso le aveva salvato la testa, e forse la vita.
Avrebbe voluto urlare quel nome, quella presenza familiare che la faceva sentire meno sola, ma doveva dosare bene le proprie energie.
Non sapeva per quanto tempo sarebbe rimasta ancora lì sotto.
Aveva una gran voglia di piangere, di urlare, di disperarsi, ma cercava di restare lucida. Se lo ripeteva in maniera ossessiva, quasi a volersi convincere che in fondo non c’era nessun pericolo.
Era solo una situazione temporanea, un disagio passeggero.
Ma i minuti passavano… e in fondo al cuore si chiedeva per quanto ancora poteva resistere.
Pensò alla sua famiglia, a quei cari che forse non avrebbe più rivisto.
Immaginò di averli accanto, di poter dire a ciascuno di loro tante cose che non aveva mai avuto il coraggio di esternare.
– Cose che si fanno in punto di morte… – pensò, solo per un attimo – Cose da fare per passare il tempo prima di uscire di qua, si corresse subito.
Sentiva gli occhi chiudersi, la stanchezza prevalere.
Da quanto tempo era lì sotto?
Minuti, ore, forse; ormai aveva perso ogni cognizione del tempo.
Con la mano cercò di arrivare a Tigre e provò a premere forte in direzione dalla pancia.
Prima piano, poi con maggiore forza. E il felino fece udire ancora il suo strano puntellare, aruggito.

* * *

Paolo e la sua squadra si erano diretti velocemente nella zona indicata.
Un veloce sopralluogo e poi i primi tentativi di ricerca
I suoi uomini si erano sparpagliati in ogni angolo di quel che restava dello stabile per cogliere qualsiasi suono proveniente da lì sotto, iniziare a puntellare, a scavare piano.
All’improvviso Paolo aveva udito un suono sommesso e si era precipitato in quella direzione.
Aveva chiamato più volte, restando in attesa di una flebile risposta.
Poi di nuovo quel rumore, un suono familiare, qualcosa che risvegliava profondi ricordi.
– Tigre – sussurrò piano, con emozione.
Tigre, Elisa, per pochi secondi la sua mente collegò i ricordi, gli sembrò di essere tornato bambino, di vivere ancora una delle sue fantasie in cerca della bella principessa da liberare.
Chiuse gli occhi, respirò forte e liberò la sua mente.
C’era qualcuno là sotto, qualcuno da salvare.
Richiamò i suoi uomini, esortandoli a concentrare le ricerche in quella zona.
Chiamò ancora.
Avrebbe voluto urlare quel nome, il nome che da sempre riscaldava il suo cuore, ma gli sembrava una follia.
Il ruggito si ripetè ancora, indicando alle loro orecchie esperte il punto preciso.
La squadra lavorava all’unisono in silenzio. Scavava piano, in maniera attenta e minuziosa.
Ogni tanto quel suono ripetuto li confortava, esortandoli ad andare avanti, senza perdere tempo.
Paolo ogni tanto ripeteva alla persona prigioniera a non aver paura, cercava di tranquillizzarla, la incoraggiava a resistere.
Non sapeva se le sue parole arrivassero chiare. Ogni tanto la invitava a dare un segno e il ruggito rispondeva prontamente.
Giunti a poca distanza, Paolo provò a parlare ancora.
Un dubbio angosciante attanagliava da ore il suo cuore innamorato, una domanda che non trovava il coraggio di pronunciare.
– Come ti chiami? – chiese piano, quasi timoroso di udire la risposta.
E una voce flebile pronunciò quel nome: Elisa.
Non poteva riconoscere quella voce, come non poteva essere certo che quello fosse proprio il Tigre della loro infanzia, ma il suo cuore era gonfio d’emozione.
Troppo. Fece un cenno a uno dei suoi uomini di prendere il suo posto e si allontanò di pochi metri, giusto per riprendere il controllo.
Doveva essere lucido. Non farsi influenzare dai propri sentimenti.
Dopo qualche minuto sentì un grido di gioia. I suoi colleghi lo chiamavano: mancava poco ormai.
Si precipitò quasi di corsa, ritrovando solo a metà strada la necessaria prudenza.
I vigili del fuoco uomini stavano allargando il buco, estraendo piano una giovane donna.
Solo uno sguardo e capì che era lei.
– È tutto finito Elisa – la rassicurò – Sei in salvo adesso.
E sottovoce aggiunse “amore mio”.
Lei voltò lo sguardo verso di lui e gli sorrise.
Poi ripetè piano “Grazie Paolo”, felice di averlo finalmente ritrovato.
I ragazzi la sistemarono con attenzione sulla barella portandola di corsa verso l’ospedale.
Paolo invece tornò indietro, controllando che non ci fosse nessun altro sotto le macerie.
Nessuno lo vide raccogliere qualcosa.

Quella sera si cambiò velocemente, si lavò e profumò con cura e poi andò a farle visita in ospedale
Parlò prima con i medici, per rassicurarsi che lei stesse bene.
Qualche piccola frattura, qualche contusione, tanta paura, ma nel complesso aveva reagito bene, aveva affrontato con coraggio quella terribile esperienza.
Paolo entrò in punta di piedi, temendo di svegliarla e fu accolto dal suo radioso sorriso.
Le consegnò con cura un fagotto ancora impolverato e lei subito riconobbe il suo Tigre.
Urlò di gioia, abbracciandolo piano, quel tanto che le sue attuali condizioni le consentivano.
– Grazie Paolo – continuò ancora lei. – Tu e Tigre mi avete salvato la vita. Sono contenta di rivederti. – Poi aggiunse – Ma perché non me lo hai mai detto?
– Detto cosa? – rispose lui disorientato.
– Che anche tu mi amavi.
Paolo rimase in silenzio, senza sapere cosa dire.
Avrebbe voluto abbracciarla, ma la ragazza era ancora sotto osservazione e bisognava essere prudenti, non farla muovere troppo prima di aver effettuato tutti i necessari controlli.
– Pensavo di non interessarti. Di non essere la persona giusta per te. – riprese lui, come a volersi giustificare.
Lei lo guardò sorridendo e disse piano “Anch’io”.

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Una risposta a [Racconto] Ritrovare un amico

  • Murasaki scrive:

    Commento di Daniela

    Racconto romantico, che fa sognare ad occhi aperti. Alcuni lo potrebbero definire scontato.. mah perchè ogni tanto non sognare ad occhi aperti e leggere una storia commovente e piena di sentimento?
    Spero di leggere presto qualche altro racconto dell’autore.

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