[Racconto] Donna
Racconto on-line di genre horror a tema vampiresco:
Ivano Dell’Armi
DONNA
Le donne portano sempre frenesia e confusione. Ma lei non era una donna qualunque, lo sentivo nella vibrazione gelida delle mani che ora mi toccavano il collo; mi pungolava il suo tocco, ero prigioniero nella sua mente, dentro ai suoi occhi avvelenati di sangue.
* * *
Ero ubriaco quella notte. Donna mi aveva lasciato, ma non era quello che mi faceva stare peggio. Era che lei riusciva a tenere a freno la mia rabbia. Giravo per le strade più buie della città, con il mio mal di testa. Avrei voluto vomitare tutto l’acido che avevo in corpo. Ero giunto nel rione disgraziato della città.
Un rumore di passi alle spalle si frappose al mio respiro, c’era qualcuno: prima sopra di me, poi dietro, quindi di nuovo lontano; alla fine davanti. Si stava divertendo a terrorizzarmi. Soltanto quando rilassai lo sguardo la sua figura comparve in una foggia tenebrosa abbottonata in un nero bustino flessibile. Mi entrò nella mente, cominciai a sentire una stretta dolorosa al cuore come se la sua mano lo stesse stritolando, ma senza procurarmi dolore. Incrociai i suoi occhi rosso fuoco, illuminavano la notte con le loro fiamme d’inferno.
Magra, il sangue fresco a colarle giù dalle labbra in più rivoli disordinati, la sua pelle di un inconsueto colore fosforescente. Non riuscivo ad intendere se fosse più attraente o impetuosa, senz’altro aggressiva. Ma era una donna e le donne portano sempre guai: non dovevo fidarmi del suo meschino sorriso.
“Dovrai prendermi l’anima, perché è l’unica cosa che ho da offrirti, credimi”. Gli dissi. Emanava un forte fascino.
“Io posso liberarti dalle tue sofferenze, ma dovrai concedermela”. Le sue parole mi apparivano leggere e confortevoli; la sua voce era potente ma melodiosa, una voce avvalorata da toni arcaici e sovrumani.
Le donne portano sempre frenesia e confusione. Ma lei non era una donna qualunque, lo sentivo nella vibrazione gelida delle mani che ora mi toccavano il collo; mi pungolava il suo tocco, ero prigioniero nella sua mente, dentro ai suoi occhi avvelenati di sangue.
“Quello che vedo potrebbe non essere reale, liberarsi dal male è un’utopia”. Pensavo.
I suoi occhi si fecero più vicini e penetranti, sembravano spilli che si attaccavano alla mia anima. Poi le sue unghie, lunghe ed affilate, iniziarono a strisciare lungo la carne del mio viso. Ma senza tagliarmi. E non erano loro a prendere la mia concentrazione, erano sempre quei dannati e meravigliosi occhi del colore delle tenebre.
“Sangue”. Mi disse. “Ascolta il suo richiamo e lasciati travolgere; mia è la via che ti offro, grande il suo dono, infinita la sua scintilla”.
Sangue. L’odore del sangue lo sentivo forte e intenso nelle narici. Mi aveva morso, e ora mi stringeva a sé mentre trangugiava la mia linfa. Sentivo la vita scorrere via, ma non mi preoccupavo. L’adoravo. Sapevo che non mi avrebbe lasciato lì a marcire come un corpo in decomposizione.
Finito di dissetarsi iniziò a nutrirmi, sentivo il suo sangue fluire dentro alle mie vene al posto del mio. Mi stava donando il potere, mi stava rendendo come lei: creatura della notte.
Ero quasi pronto per vendicarmi di Donna, dovevo solo aspettare che il sangue demoniaco della mia benefattrice si fosse impadronito di me. Intanto giacevo al suolo, apparentemente morto. Presto mi sarei rialzato sulle gambe. Lei era sempre lì, ad attendere il mio risveglio.
Ero diverso quando riaprii gli occhi al mondo, ero altro. Potevo annusare l’odore della paura e sentire scorrere a fiotti il sangue nei miei vasi sanguigni; non sentivo più battere il cuore, ma dentro era fuoco. Mi tese la mano ed io l’afferrai.
E Donna era lì, esattamente nella mia testa; la potevo scorgere mentre se ne stava seduta sul divano a fumare e guardare la televisione davanti ad una tazza di caffè bollente. Un fremito la scosse all’improvviso, come se avesse colto a distanza le mie intenzioni, come se mi avesse sentito; si preoccupava del caffè scivolato sulla moquette ma non poteva immaginare quanto lenta e tormentosa sarebbe stata la mia vendetta. Donna doveva pagare per la sua insolenza, Donna doveva inginocchiarsi ai miei piedi. Donna mi aveva portato via casa e dignità.
Il cielo cupo lasciava presagire notte di bufera. Dall’alto i fulmini si rincorrevano come schegge farneticanti, e saette come sagome impazzite bruciavano lo sguardo; era la collera dell’inferno che si preparava a scatenarsi per metterle addosso i brividi della paura.
Il loro frastuono non era mai piaciuto a Donna, era in quei frangenti che intuiva il lamento dell’inferno. La vedevo sussultare al cospetto del demonio mentre si serrava in casa abbassando le tapparelle delle finestre, staccando le prese dalla corrente, vagabondando per la casa con inquietudine. Fissava il suo stesso aspetto allo specchio come per scorgere in lei un indizio di serenità, si allisciava nervosamente i capelli stringendoseli tra le dita.
Intanto che mi avvicinavo, mi divertivo a disegnarle allucinazioni nei pensieri: immagini di dolore e sofferenza erano adesso i suoi incubi più visibili. Nessuno avrebbe più potuto togliermi la soddisfazione di prendermi la mia vendetta, strapparle il cuore con gli artigli e stritolarlo, come lei aveva già fatto con il mio.
Donna era lì adesso, sdraiata nel suo letto con lo stereo acceso. Ma il canto dell’inferno non si può sopire: era ovunque, nei giochi d’ombra creati dal lumino sui muri, nelle nuvole di fumo lasciate dalla scia acre della sua sigaretta, perfino tra le sue labbra increspate e nei suoi occhi imbrattati di mascara. Donna stava piangendo. Donna si sentiva sola, avrebbe voluto rivolgersi a quella detestabile vecchia sclerotica di sua madre, ma era tardi, e poi anche lei mal sopportava la sua insipida esistenza.
Lungo la via, il portone sempre aperto. Ora su per le scale, fin davanti alla porta; scelsi di bussare per sentire ancora una volta il meraviglioso sussulto della sua anima. Tre tocchi con il pugno, sordi e pesanti. Donna la sentii sobbalzare dal letto, la cornetta cadere in terra senza avere mai composto quel maledetto numero.
“Donna apri, sono io!”
Sentii i suoi passi nudi sul pavimento, quindi appoggiarsi alla porta. Lunatica e contraddittoria, gli ero mancato. Aveva aperto subito. Ero di fronte a lei adesso; lei, la vestaglia appena allacciata e quel tremore lungo tutto il corpo; stentava a riconoscermi.
“Ash, ma sei tu?”
La scrutai con l’iride felina, digrignando di quel poco i denti per lasciare intravedere i lunghi canini. “Sì!”
Una sola parola, ma con un timbro atroce. Donna era rimasta dapprima silenziosa. Avanzai; e lei, che in un normale frangente di vita avrebbe opposto resistenza bloccandomi l’entrata con il corpo, si fece indietro finché io non chiusi la porta alle nostre spalle.
“Ash, cos’hai!? Mi fai paura, sei arrabbiato con me?”
Appoggiò lo sguardo verso il pavimento per non guardarmi.
“Arrabbiato io? Oh no, non sono soltanto arrabbiato; sono mostruosamente furioso”.
Pieno d’ira la portai verso le mie labbra, bramavo di vedere il suo sangue innaffiare il pavimento a fiotti e sentire i brandelli della sua carne ancora viva tra i denti.
“Ash no!”
Lo scenario che già pregustavo nella mia mente perversa era di fissare il corpo dilaniato di Donna, occhi asserragliati e cornee imbevute di sangue; la sua linfa vitale fluirle via e scolare dirompente dentro di me, fino a lasciarla senza risorse né sogni.
Invece no. Il mio istinto omicida all’improvviso si trovò davanti ad una diga insormontabile: Donna, era stata lei. Il suo sguardo si era elettrizzato di un azzurro violento, intenso, accecante. Allentai la presa dall’attaccatura del suo collo, e mentre mi entrava nei pensieri spazzandoli via, sentivo aprirsi in lei una forza misteriosa e indecifrabile. Ma non aveva perso la sua insopportabile bellezza, e il suo splendore mi accecava nelle intenzioni impedendomi i movimenti: un potere telepatico forse? Mi sentivo come la fiamma di una candela chiusa in un bicchiere.
Donna, la maledetta, mi teneva a distanza adesso con la mano tesa. I capelli ondeggianti erano come cavalcati da onde magiche e sventolavano davanti al suo viso, il suo ciondolo sprigionava un alone di luce che andava creando un vortice.
Sapeva fin dall’inizio che sarei arrivato, che la mia volontà era di farmi giustizia. Donna, come tutte le donne aveva saputo imbrogliarmi ancora una volta. Donna non aveva mai temuto la notte; l’aspettava. Tutto quello che avevo percepito della sua angoscia, del suo tormento, del suo agitarsi mentre giungevo a lei, altro non era che un finto disegno del suo volere; si stava compiacendo di avermi tratto in inganno con le sue arti magiche.
“Non saresti dovuto tornare, Ash. Non in questo stato”. Mi ammoniva la sua voce mentre con un lieve movimento della mano m’imponeva di flettermi sulle ginocchia. L’istinto di predatore mi stava comprimendo le ossa, e non c’è sevizia peggiore di un istinto represso con la forza. Il sudore mi correva via a rivoli sui denti e nella bocca, lasciandomi assaporare il sale dei miei fluidi, esasperando la mia voglia di sangue e vendetta.
Ridotto alla stregua di un animale in gabbia. Il suo corpo luccicava della luce della luna, che dalla finestra ora spalancata con veemenza dal vento le illuminava le spalle lasciandole il volto in penombra; le lampade erano tutte esplose nel momento della sua trasfigurazione, ma l’ebano con cui si erano dipinti i suoi capelli era visibile e dominante.
Donna, la pelle più argentea che mai, il vento che si sollevava nella stanza le sottrasse la vestaglia sicché il suo corpo interamente nudo sortiva su di me un effetto abbacinante che mi imponeva di tenere giù il capo.
Il suo colore così chiaro rifletteva i raggi del giorno nella notte, la luce che disperde le tenebre. Io rappresentavo il buio della notte, mentre Donna incarnava l’aspetto del giorno: la maledetta alba che avrebbe spazzato via la mia avidità di vendetta.
“Uccidimi, dannata; ma fallo in fretta”.
La imploravo. Ma lei voleva tenermi ancora lì per consumare lentamente la sua rivalsa di vendetta, per umiliarmi ancora.
“Prima devi capire cosa hai fatto”. Le sue parole mi tagliavano di ansia, mentre il suo sguardo mi appariva feroce. Anche il cielo aveva cominciato a dolersi, e lacrime di pioggia iniziarono a inondare la strada. Alzai lo sguardo e fuori della finestra mi apparve il volto demoniaco di colei che mi aveva concepito in nome del male. Stava sospesa a mezz’aria, braccia conserte, occhi selvaggi, bocca insanguinata. Lo sentivo, l’avevo delusa. Avrei voluto che entrasse nella stanza per tirarmi fuori dai guai, invece la sua espressione uggiosa tradiva tutta quanta la sua frustrazione. Tesi la mano per supplicarle aiuto, ma lei sfumò nella pioggia.
Lo scroscio del temporale che aveva portato via l’immagine della vampira iniziò a confondersi con la voce di Donna, e le sue parole presero a invadermi la mente.
“Da secoli combatto contro le forze delle tenebre, è il mio destino”.
Trovai i suoi occhi ora lucidi, si era avvicinata; tremavo perché era la sola cosa che mi concedeva. Stese il palmo della mano verso di me, e mi ritrovai ingurgitato nel vortice di luce del suo ciondolo, travolto da quel tumulto d’onda bianca che mi stava sgretolando.
Mentre svanivo nel limbo dei condannati giurai sulla cenere della mia carne che se solo avessi avuto un’altra sciagurata opportunità, allora sarei tornato ancora più furente ed inumano per prendermi la mia disperata vendetta.
E così fu. In qualunque posto fossi stato, non importava più quale, ero tornato. Stavolta non avrei dato modo a Donna di sorprendermi, perché ora la conoscevo. Ero cambiato, ma ero sempre io con il mio proposito di vendetta.
Non mi dava più fastidio ora la luce del sole. A prima vista, almeno dall’aspetto, sembravo l’umano di prima, ma dentro di me fremeva una nuova energia. Un vampiro è per sempre. Tanti respiri, una moltitudine confusionaria di spiriti e pensieri cavalcava l’onda dell’aria; tra le tante anime in movimento una si svelava sulle altre, annodata a me da un sottile vincolo oscuro: Donna.
La guardavo da fuori mentre lei era seduta al tavolo di un bar con un uomo. Gli piaceva, le sentivo addosso perfino l’odore di sesso. Lo sguardo di Donna non ammetteva repliche, se lo stava ancora divorando con gli occhi. Ammirava così anche me le prime volte. La dannata mi aveva già dimenticato, dopo avermi consegnato alle ombre del destino senza pietà.
Una volta avrei fatto irruzione e preso a pugni quell’idiota, eppure me ne restavo lì ad aspettare. Lui le aveva preso la mano, non riuscivo ad intendere le loro parole e la cosa non mi divertiva. Lei distese il collo sciogliendo i capelli dal laccio che li teneva raccolti e l’occhio mi scese sul suo girocollo: Donna aveva anche osato profanare il mio costoso gioiello.
Mi distanziai dalla vetrata per non disperdere lo stato di calma apparente che mi permeava, per mantenermi lucido e distaccato.
Donna, si era accorta di qualcosa. Con gli occhi cercava di fuori, spaziando lo sguardo oltre il marciapiede. Quindi la patetica scena che avrei voluto risparmiarmi e che invece fui costretto a sopportare: lui si era alzato in piedi, l’aveva baciata sulle labbra e poi di corsa si stava precipitando verso l’uscita, con chissà quali pensieri per la testa, di sicuro non Donna.
Lei intanto se ne restava lì, da sola, a indugiare sui suoi pensieri ed a ruotarsi tra le dita la tazzina di caffè oramai vuota con quel sorriso ebete di chi è rimasto con la testa tra le nuvole, le guance lievemente arrossate, un sospiro appena trattenuto nel petto, la voglia di rivederlo presto.
Mi scosse un fremito, quanto era diversa adesso rispetto alla guerriera che mi aveva spazzato via in una folgore. Eppure era sempre lei.
All’improvviso si alzò anche lei, distrattamente, quasi dimenticando la sua borsa. Cominciai ad andarle dietro, sapevo la strada che avrebbe percorso; così allungai il passo nell’isolato di dietro in modo da poterle tagliarle il cammino. La osservavo da lontano venirmi incontro, eravamo da soli adesso. Lasciai che scivolasse oltre me con il suo passo distratto, quindi la sorpresi alle spalle roteandogli il braccio intorno al collo. Era giorno, e di giorno era indifesa. Il suo sguardo attonito nel riconoscermi, il corpo le tremava quando la portai completamente verso di me: non una parola né un sussulto, soltanto la mia mano ferma a compiere il suo dovere.
Le tagliai la gola di netto con gli artigli, poi un morso violento liberò il suo sangue che sgorgava a fiotti in un indolente stillicidio di emozioni e liquidi che mi riempiva d’orgoglio, innaffiandomi il corpo. Lasciai scivolare Donna ai miei piedi, sorpreso di quanto fosse stato facile liberarsi di lei. Le mie mani imbrattate di sangue, il corpo di Donna esamine allungato sull’asfalto, gli occhi sbarrati; l’avevo lasciata andare al suo destino. Ora dovevo soltanto dileguarmi. Girai le spalle e… ancora la sua dannata voce!
“Dove te ne vai così di fretta. Io sono il tuo incubo, non dimenticartelo”. Dannazione, non poteva essere ancora lei: Donna. io l’avevo appena uccisa; le avevo spezzato la gola, non avrebbe dovuto parlare. Era morta, eppure la sua voce era ancora maledettamente presente. Un violento colpo al capo mi fece crollare al suolo in un lago di sangue. Il mio stavolta.
* * *
Ero sbronzo quella notte, Donna mi aveva lasciato ed io ero sprofondato nel buio dei miei pensieri più mostruosi; avevo sciolto la mia rabbia interiore spaccandomi la testa di alcool e pregiudizi. Avevo vagato in lungo e in largo per le strade più lugubri della città, tutta la notte solo in compagnia del mio malessere. Forse per istinto, o forse soltanto per caso, ero giunto nel rione povero della città. Sporcato del mio stesso vomito a fare da sfondo all’aspetto tetro delle palazzine fatiscenti, la spazzatura che inondava la strada ed i lampioni sempre spenti erano il mio regno in questa dannata notte di tormento e… mostruose visioni.
Ero caduto contro un secchione dell’immondizia. Ero scivolato con la testa sopra la bottiglia vuota che dalla mano avevo poggiato per terra, sul marciapiede. Donna diceva sempre che avevo la testa dura, stavolta aveva torto perché la mia testa, tagliata dai vetri della bottiglia, aveva iniziato a farneticare. Erano tutte lì le mie mostruose visioni, pronte ad invadermi la mente. Visioni lontane e vicine, ora confuse e poi nitide, strane, convulse. Forse più irrazionali del mio stesso stato d’animo in subbuglio. Nel trambusto di una notte trascorsa come un animale, sotto ad un manto di stelle e freddo consumavo la mia agonia: un lento stillicidio di pensieri sovrapposti che divoravano la carne del mio petto con innaturale voracità di bestia. Poi con le prime luci del giorno avevo ripreso a malapena conoscenza, in stato confusionale, riconsegnato alla triste realtà da una voce che mi penetrava il cervello.
“Soltanto un secondo, stanno arrivando i soccorsi. Non si agiti”.
Non m’importava di sapere chi stesse giungendo o cosa stesse accadendo intorno a me; il mio solo volere era di restare là dove ero. Mi avevano preso, ma non capivo chi fossero. Osservavo solo le immagini distorte dei loro movimenti frenetici, delle sottovesti ruvide; una folle corsa chissà dove, mentre me ne stavo steso su di una superficie bianca con la testa sempre rotta, le braccia intubate ed un penetrante odore di antisettico sotto il naso. La corsa verso l’ignoto continuava insaziabile, finché le mie facoltà mentali cominciarono a riprendere quota. Poi tra le voci ancora la sua.
“Ash, ma sei tu?”
Era preoccupata per me. Forse fu in quel momento che aveva veramente capito il suo errore; ero andato giù per colpa sua, era stata lei a farmi male. Donna mi commiserava come fanno tutte le donne quando si trovano nella medesima situazione: sono il male e al tempo stesso la cura, veleno e antidoto che scorre nelle vene dei loro perseguitati. E si può arrivare perfino ad odiarle per il loro essere contraddittorie, ma al contempo non se ne può fare a meno.
Donna era la mia malattia incurabile, dovevo abituarmi a convivere con lei. Donna era il vero vampiro, mi succhiava il sangue con avidità; Donna mi aveva reso per sempre suo schiavo, perché avevo un disperato bisogno di lei.
Il suo volto addolorato mi fucilava l’anima, eppure il suo corpo splendeva della luce del sole che dalla finestra aperta le illuminava le spalle lasciandomi vedere le lacrime che le stavano rigando il volto. L’argento con cui si erano dipinti i suoi capelli era visibile, dominante, generoso, perfino raggiante. La cute più candida che mai all’interno di quell’alone di luce si imponeva come albore del giorno nuovo, il giorno che stava per iniziare.
Il vento che si sollevava nella stanza le accarezzò i capelli, coprendone in gran parte il viso, ma senza oscurarne la dolce bellezza. Non sapevo se tra noi sarebbe tornato il feeling come una volta, se lei aveva davvero un altro. Ma di una cosa ero però più che certo: il suo ciondolo stava luccicando.
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[…] Donna mi commiserava come fanno tutte le donne quando si trovano nella medesima situazione: sono il male e al tempo stesso la cura, veleno ed antidoto che scorre nelle vene dei loro perseguitati.











